Il costo economico della “remigrazione”

6 Set 2026 | news

Nel dibattito politico è tornata una parola antica con un significato nuovo: “remigrazione”. Chi la propone sostiene la necessità di ridurre la presenza degli immigrati, anche regolari, attraverso politiche di rientro forzato, espulsione o restrizione della permanenza sul territorio nazionale. Le questioni etiche, giuridiche e sociali sono evidenti. Meno discusso è, invece, il costo economico, o l’eventuale beneficio, di una scelta di questo tipo. Una politica di remigrazione non ridurrebbe infatti soltanto il numero degli immigrati residenti. Ridurrebbe anche la popolazione complessiva, la forza lavoro e, soprattutto, la popolazione in età lavorativa.

Su questo punto, la ricerca economica recente offre indicazioni nel complesso convergenti. Per l’Italia, uno studio della Banca d’Italia mostra che, con una popolazione che invecchia, i flussi migratori contribuiscono a compensare la riduzione della popolazione in età lavorativa (Basso et al., 2025). L’esperienza statunitense consente invece di valutare l’impatto di politiche migratorie che ostacolano questi flussi. Qui, l’attuale inasprimento dei controlli sull’immigrazione ha avuto effetti negativi sull’occupazione e sui salari anche dei lavoratori nati nel Paese (East et al., 2023). Sul piano europeo, l’analisi della Commissione Europea giunge a conclusioni analoghe. Immigrazione e mobilità contribuiscono ad attenuare i vincoli di offerta di lavoro prodotti dall’invecchiamento demografico (Kiss et al., 2026). Ridurre la presenza degli immigrati può quindi accentuare, anziché attenuare, gli effetti del cosiddetto “inverno demografico”.

Ma che cosa accadrebbe, in concreto, all’economia italiana se una politica di remigrazione fosse attuata su larga scala? Il punto può essere espresso in termini relativamente semplici. Il Pil reale pro capite, cioè una misura del reddito prodotto in media per abitante al netto dell’inflazione, dipende da tre fattori: da quanto produce in media ciascun occupato, da quante persone in età lavorativa hanno un impiego e dal peso della popolazione in età lavorativa sul totale. In altre parole, il reddito medio di un Paese non dipende soltanto dalla sua produttività del lavoro, ma anche da quante persone lavorano e dalla struttura per età della popolazione. È un’identità contabile che mette in luce un aspetto spesso trascurato. A parità di produttività e di occupazione, se diminuisce la quota di persone in età lavorativa, tende a diminuire anche il reddito pro capite.

Secondo i dati AMECO della Commissione europea, tra il 2000 e il 2024 l’Italia ha registrato la crescita più debole del Pil reale pro capite tra i principali Paesi industrializzati, pari ad appena lo 0,23% medio annuo. A sostenerla è stato l’aumento del tasso di occupazione (+0,74%), mentre hanno agito in direzione opposta la produttività per occupato (-0,25%) e la riduzione della quota di popolazione in età lavorativa (-0,26%).

Come entra la “remigrazione” in questo quadro? In un Paese che invecchia, il numero degli immigrati influenza sia la popolazione complessiva sia quella attiva, nonché il tasso di occupazione. Analizziamo allora l’impatto dei flussi migratori sulla crescita attraverso un esercizio controfattuale (Bellocchi e Travaglini, 2026). Immaginiamo di escludere i nati all’estero dalla popolazione residente, mantenendo invece invariata la produttività media del lavoro. L’effetto sul reddito pro capite passa attraverso due canali. Il primo è occupazionale. Se gli immigrati hanno un peso sull’occupazione maggiore di quello che hanno sulla popolazione in età lavorativa, la loro esclusione riduce il tasso di occupazione. Il secondo è demografico. Poiché gli immigrati sono mediamente più giovani, la loro uscita riduce la quota di popolazione in età lavorativa sul totale. Nel 2024 i nati all’estero rappresentavano in Italia l’11,3% della popolazione, il 15,3% della popolazione in età lavorativa e il 15,9% degli occupati. Dall’esercizio controfattuale emerge che il reddito reale pro capite dei residenti rimasti diminuirebbe del 5,4%, circa 1.800 euro lordi annui a persona. Di questa perdita, 4,7 punti percentuali derivano dal canale demografico e 0,7 da quello occupazionale. Nel breve periodo, l’ipotesi di produttività costante riflette il fatto che questa tende a modificarsi solo lentamente, soprattutto attraverso l’accumulazione di capitale e il progresso tecnologico. Nel lungo periodo, una minore disponibilità di lavoratori potrebbe spingere i salari verso l’alto, accelerando la sostituzione del lavoro con capitale e tecnologia. Se questo processo si realizzasse, la produttività tenderebbe a crescere e la perdita di reddito potrebbe essere più contenuta. Se invece la riduzione dell’offerta di lavoro ostacolasse l’attività produttiva e le decisioni di investimento, l’effetto depressivo potrebbe diventare ancora più consistente al trascorrere del tempo. Considerando la debole dinamica degli investimenti e della produttività italiana negli ultimi decenni, quest’ultimo scenario appare purtroppo plausibile.6 settembre 2026.https://www.ilsole24ore.com/art/il-costo-economico-remigrazione-AJFc9t4